Il gentile omaggio di Dario Fo all'associazione Pino
Veneziano
PINO VENEZIANO
E LA CANZONE POPOLARE
di VINCENZO CONSOLO
Milano, 19 luglio 2004
Si sono perse le voci, e per sempre, dei poeti e dei cantori popolari di
Sicilia, così come d’ogni altra regione o plaga di questo nostro paese,
di questo nostro mondo d’oggi, assordato dai clamori imperiosi della violenza
e della stupidità.
Voci, quelle, umane e melodiose che davano voce ai sentimenti e ai pensieri
di un popolo, un popolo che gioiva soffriva dell’esistenza, soffriva della
storia. Una catena sonora, quella popolare della Sicilia, che affondava l’origine
sua nel più remoto tempo, nel tempo greco degli aedi e dei lirici.
“La discendenza del canto popolare Siciliano dalla musica greca dell’epoca
classica è una proposizione indiscutibile” scrive il musicologo Ottavio
Tiby. Greco, si, il canto popolare siciliano, su cui però è
passata la nenia lenta e profonda del deserto, del canto arabo vogliamo dire.
Il “borghese” Alessio Di Giovanni, di Cianciana, per aver sentito una notte
un carrettiere cantare il malioso canto che iniziava con il distico “Lu sunnu
di la notti m’arrubbasti: / ti lu purtasti a dòrmiri cu tia”, si convertì
al radicalismo dialettale, a scrivere tutte le sue opere, poesie romanzi,
in siciliano. Canto arabo dunque, andaluso e gitano, che dall’Andalusia moresca
passò in Sicilia e nel Napoletano, parole e suoni, quelli del canto
popolare siciliano, che di generazione in generazione si tramandavano e si
ricreavano, una musica popolare che fecondava e rinnovava la musica dotta.
Abbiamo avuto per la prima volta cognizione di questo prezioso patrimonio
culturale grazie all’opera del musicista e storico della musica Alberto Favara
che, percorrendo paesi e villaggi dell’isola, trascrisse parole e note dei
canti popolari, pubblicò, tra il 1898 e il 1923, il Corpus dei Canti
delle terre e del mare di Sicilia, raccolta che completava, arricchiva anzi,
le raccolte di soli versi dei folkloristi Vigo, Pitrè, Salomone Marino,
Avolio, Amabile Guastella. Un lavoro in qualche modo simile a quello del Favara,
ma già in epoca delle registrazioni meccaniche, ha fatto il poeta
ed etnologo Antonino Uccello, il quale, nel momento della grande mutazione
antropologica, vale a dire della fine della civiltà contadina, riuscì
a registrare, dalle ultime voci superstiti, antichi canti popolari, e pubblicò,
a cavallo degli anni sessanta, Canti del Val di Noto, Risorgimento e società
nei canti popolari siciliani, Carcere e Mafia nei canti popolari siciliani.
Il Corpus del Favara trovava, quasi contemporaneamente, specularità
nel Corpus di musiche popolari ungheresi di Bèla Bartòk e di
Zoltan Kodàli. E intorno a quegli anni Federico Garcia Lorca pubblicava
i “suoi” Canti gitani e andalusi. Il lavoro invece di Antonino Uccello si
specchiava in quello svolto in Puglia da Ernesto De Martino, se non nell’Academiuta
di lenga furlana, Poesia dialettale del novecento e Canzoniere italiano: antologia
della poesia popolare di Pier Paolo Pasolini. Il quale, già nel 1972,
così scriveva: “Non sussiste dubbio, comunque, che, salve le aree
depresse, la tendenza del canto popolare nella nazione è a scomparire”.
Aree depresse come la siciliana. E dunque le voci ultime e straordinarie di
poeti e di cantori popolari: di Ignazio Buttitta, di Ciccio Busacca, di Rosa
Balistreri, di Pino Veneziano. Autenticamente popolano, il Veneziano, picaro
e gitano, dalla vita tormentata come quella di Rosa Balistreri. Ma, per ironia
del caso, Pino portava lo stesso cognome del colto e grande poeta dialettale
cinquecentesco Antonio Veneziano, l’autore de La Celia, dalla vita tormentata
anch’egli, che ebbe la ventura di essere stato compagno di prigionia in Algeri
di don Miguel de Cervantes.
Di povera famiglia, Pino, ancora fanciullo, è guardiano di capre
nelle campagne di Sciacca, poi garzone di fornaio e quindi di bar, uno di
quei lavoratori minorenni che a Palermo chiamavano “vaporta”, vai e porta.
Agli inizi degli anni Sessanta, fa il cameriere in un ristorante di Selinunte.
E a Marinella di Selinunte, in quella breve striscia di terra ai piedi della
collina da cui s’alzano le colonne dei portentosi templi greci, si fa imprenditore,
gestore di un ristorante insieme agli amici Jojò e Giacomino. E nel
1972, l’anno in cui Pasolini decretava la scomparsa del canto popolare in
Italia, Veneziano impara a suonare la chitarra dal maestro zu’ Vicenzu Fasulu,
detto Piricuddu. E nel suono della chitarra sgorgano i primi versi, la prima
canzone: Lu Sicilianu, Il siciliano,”ca a tutti i banni chiamanu gitanu”,
come nell’atroce Italia di oggi, piccolo borghese e neo-capitalistica, vengono
chiamati spregiativamente marocchini tutti gli immigrati, maghrebini e no.
Non meliano e non arcadico, Pino Veneziano, ma nella linea buttittiana della
consapevolezza storica dell’impegno civile. Da qui i suoi canti quali Lu patruni
è suvecchiu, Nivuri su li bummi, La festa ddi li porci, Piazza di
la Loggia, Allende, La Maffìa. Mentre Buttitta, e la stessa Balistreri,
cantavano una Sicilia e un’Italia del Secondo dopoguerra, delle lotte contadine
e dei sindacalisti uccisi dalla mafia, della seconda grande emigrazione nel
centro Europa di masse di braccianti, Pino Veneziano cantava l’atroce Italia
dei roventi anni Settanta, del regime democristiano, della corruzione e delle
stragi perpetrate dai fascisti.
Ma c’era anche un Veneziano rapito cantore della bellezza della natura (Settembri),
la natura forse ancora, là a Selinunte, delle lucciole pasoliniane.
E un Veneziano cantore del rapinoso dei sentimenti umani, dell’amore: L’amuri,
Ma dunni si tu?, Si tu nun veni, Non ti pozzu scurdà.
E forse un grande amore, travolgente, portò il povero Veneziano all’autodistruzione,
alla rapida fine.
Ma rimangono, in questa plaga della più classica Sicilia, ancora
vivi i tratti gitaneschi, le parole e la musica del Veneziano.
Di quel Veneziano che un giorno dell’84, là al Lido Azzurro, cantò
per il vecchio e cieco poeta Jorge Luis Borges e lo commosse, il Borges che
aveva cantato la milonga e il quartiere Palermo di Buenos Aires, la Palermo
di Evaristo Carriego. Nella musica stanno, nelle corde / Della chitarra dal
suono ostinato / Che trama nella milonga felice / La festa e l’innocenza del
coraggio.