Ho partecipato con molto piacere ai due giorni di iniziative che
l‘Associazione Pino Veneziano ha organizzato a Selinunte per ricordare
il suo cantautore, scomparso dieci anni fa.
Non posso dimenticare le due mattinate in riva al mare, leggendo favole
e fiabe e discutendo delle letture per bambini.
Anche il concerto del 30 sera, davanti allo splendore dei templi e
sotto la luna piena è stato indimenticabile. La bravura degli
ospiti –
Lucia Sardo e Alfio Antico- e la passione di Umberto Leone, che
riproponeva
(o dovremmo dire: ricreava?) le canzoni da lui imparate direttamente da
Pino,
hanno fatto dimenticare anche il grave inconveniente per cui nulla sul
palco
era stato approntato decentemente e poi, nonostante il lungo ritardo,
luci
e suono erano carenti.
Peccato! Peccato per gli artisti che meritavano maggiore rispetto;
peccato per il pubblico, che giustamente si aspettava maggiore
attenzione da parte dell’amministrazione comunale, cui sarebbe spettato
organizzare il palco
ed invece lo ha fatto troppo tardi e non troppo bene.
Ma ora si tratta di pensare alla prossima scadenza, fra un anno.
L’impegno e la capacità culturale dimostrati dall’Associazione
Pino Veneziano meritano che anche l’amministrazione (oltre alla
cittadinanza, che lo ha
gia dimostrato) si impegni con attenzione e appoggio concreto. L’
Associazione ha bisogno di una sede, per impiantarvi una scuola di
musica: una cosa non difficile da concedere per il Comune.
E poi, pensiamo al prossimo anno: senza perdere il carattere e la
spontaneità
che hanno caratterizzato l’evento di quest’anno, è possibile
pensare ad una manifestazione a livello nazionale, capace di attrarre
l’attenzione culturale su questo angolo di paradiso.
Avv. Ezio Menzione
Lettera a Dario Fo
Selinunte, 02. 08. 2004
Caro Maestro Dario Fo,
Rinnovandole i ringraziamenti di tutti noi dell’Associazione Pino
Veneziano per la straordinaria opera che ci ha regalato e per le parole
di incoraggiamento che ha avuto per le nostre iniziative, le devo
testimoniare che lei ci ha dato di più.
Immagini, alle nove e mezzo di sera, i templi di Selinunte illuminati,
la luna piena, millecinquecento posti a sedere occupati e la gente in
piedi, Vincenzo Consolo con i giudici della Procura dell’antimafia di
Palermo (Massimo Russo, Roberto Scarpinato) in prima fila, la
scenografia allestita, gli
artisti pronti per cambiarsi e truccarsi e… i tecnici delle luci e del
suono
mandati dal comune di Castelvetrano (unico contributo ufficiale alla
manifestazione) che montano fino alle undici e mezzo. I microfoni
spenti, le americane con le luci che non si alzano, il palcoscenico
ingombro di bauli, il nostro
tecnico del suono che non può neppure attaccare una spina per
registrare
lo spettacolo, i camerini e i servizi ancora da allestire… Il camion
delle
attrezzature parcheggiato tra i templi e il palco, dietro a un
paravento
nero che nasconde le rovine che dovevano fare da scenario allo
spettacolo.
In tutto 'stu burdellu' il pubblico se n’è stato incollato
al suo posto a godersi le prove, come se assistesse ad uno spettacolo
nello spettacolo. Fino alla fine quando è terminato la
rappresentazione
vera e propria. E ci sono state pure Standing Ovations. Naturalmente
l’assessore alla cultura di Castelvetrano non ha osato salire sul
palco.
Così è stata varata l’Associazione Pino Veneziano.
Mi sento amareggiato e stranamente soddisfatto. Penso che lei e Franca
Rame avete dimostrato che gli spettacoli di protesta politica possono e
devono andare avanti, malgrado le difficoltà, le provocazioni e
le
cialtronate delle istituzioni.
Grazie quindi di aver lottato così a lungo anche per noi che
adesso proviamo a farlo e ci accorgiamo di quanto sia faticoso e, a
volte, frustrante.
Umberto Leone
p. s.
Le mando l’intervento di Vincenzo Consolo su Pino Veneziano, la lettera
di Ezio Menzione (l’avvocato di Adriano Sofri) che abbiamo mandato ai
giornalisti e un po’ di documentazione delle manifestazioni.
Come vede abbiamo utilizzato la sua opera, che è stata anche
proiettata su uno schermo, in chiusura dello spettacolo, mentre
venivano lette le sue parole di incoraggiamento.
Cronaca semiseria del concerto
Trapani, 02. 08. 2004
Non poteva esserci luogo migliore per realizzare l’evento. L’acropoli
di Selinunte. Alle spalle del palco si sarebbero potuti vedere i resti
del
tempio di Giove. Si sarebbero potuti vedere, ma non si videro,
perché
proprio dietro il palco erano stati piazzati due enormi capannoni con
la
funzione di camerini, e per coprirne la vista, con un grande gesto di
pudicizia,
era stato alzato un telo nero come fondale della scena. Un enorme telo
nero che aveva mandato in vacca la
splendida
scenografia di Andrew Brownfoot: uno spazio scenico interamente dipinto
di
bianco con le sculture in legno di Umberto Leone e Ute Pyka. Una
scenografia
pensata ad arte, pensata cioè per essere esaltata da quello
sfondo
di pietre millenarie ma senza disturbarle, senza oscurarne la
magnificenza.
“Un tuffo nel bianco”, questo secondo Andrew avrebbe dovuto essere la
scena.
Peccato che quel telo nero abbia annullato il tuffo e persino il
trampolino.
I tuffatori, pardon, gli artisti arrivarono all’acropoli alle 18 e 15
per fare quello che si dice in gergo il sound check, ovvero il
controllo dei
suoni. L’impalcatura delle luci era ancora abbassata e il palco
sommerso
da cassoni, casse, cassette e cassettine, amplificatori, carabattole e
cazzilli
di ogni tipo e misura. Dalle casse usciva la musica di Alfio Antico,
sicuramente
il più grande percussionista italiano, che era lì per
ricevere il premio “Pino Veneziano” e per esibirsi con la sua band, ma
che non poteva immaginare cosa sarebbe successo quella sera.
Poco prima erano arrivate duemila sedie, l’altro contributo del Comune
(dopo la concessione del service) acché questo evento avesse
luogo.
Duemila sedie piene di fango. Duemila sedie che Jojò, come un
crasto,
pulì amorevolmente una per una, ma tirando giù dal cielo
persino
le divinità greche.
L’inizio dello spettacolo era previsto per le 21 e 30. Ma si sa, un po’
di ritardo c’è sempre. “Ma cosa cazzo sta succedendo?” si chiese
il pubblico alle 23 e 15. “Ma cosa cazzo sta succedendo?” si erano
chiesti Alfio Antico, Umberto Leone e gli altri musicisti per tutto il
pomeriggio. “Ma cosa
cazzo sta succedendo?” deve essersi chiesta persino la luna piena.
Già. “Cosa era successo?” E soprattutto, “Perché?”.
La risposta a questa domanda non potrà mai essere definitiva
né
chiaramente esplicitata perché potrebbe portare qualcuno in
tribunale. Ci si può limitare a raccontare alcuni momenti della
serata.
Montare e collegare ogni microfono fu impresa ardua ed estenuante.
Più
persone assicurano di avere visto la seguente scena.
Un sedicente tecnico, con andatura ciondolante, nonostante il grave
ritardo, va a prendere la scatola con dentro il microfono. La apre,
senza fretta,
tira fuori l’arnese (nel senso del microfono) e lo poggia in un angolo
del
palco. Quindi va a prendere l’asta, sempre con molta calma, la sistema
vicino
al musicista e impiega 15 minuti per trovare l’attacco per il microfono
da
avvitare sull’asta. Ma proprio mentre sta per intraprendere
l’operazione
di avvitamento si ricorda di avere dimenticato il foglio delle
istruzioni
fuori della scatola. Allora interrompe l’azione, prende il foglio,
raggiunge
la scatola, la apre, ci mette dentro il foglio delle istruzioni,
richiude
accuratamente la scatola, rimette a posto la scatola, poi torna
finalmente
all’asta. A questo punto però gli squilla il cellulare,
chiacchiera
per dieci minuti; ha appena chiuso che viene chiamato a svolgere
chissà
quali onerosi compiti lasciando il musicista davanti l’asta, perplesso
e
preoccupato.
Più o meno i microfoni da montare erano otto, cinque per gli
strumenti e tre per la voce, ma non tutti ebbero queste vicissitudini.
In qualche
caso andò anche peggio. Come nel caso del microfono
professionale
che il violinista di Umberto Leone porta sempre con sé e che un
tecnico
voleva sostituire perché non sapeva farlo funzionare. Il
microfono
di un corista rimase inesorabilmente spento per il pubblico, quindi,
quella
sera, nessuno sentì i suoi canti e controcanti mentre cantava in
coppia
con Umberto. Né tanto meno il fonico e gli
assistenti
al suono intervenirono. Lui non se ne accorse perché la sua
voce,
invece, sul palco arrivava, ma solo ai musicisti. (Essendo uno stimato
cantautore
e uomo di spettacolo ma un po’ permaloso, adesso dice che la prossima
volta,
se sarà coinvolto il comune di Castelvetrano, vuole essere
pagato
in diamanti e pietre preziose.)
Chiunque provasse a lamentarsi dell’andazzo riceveva sempre la stessa
risposta: “Noi non dovevamo essere qui!”
Non doveva essere lì il fonico.
Non dovevano essere lì i tecnici.
Non dovevano essere lì i trasportatori.
L’impianto friggeva (frittu arrustutu per tutto lo spettacolo), e loro
non dovevano essere lì.
Erano le 23, lo spettacolo non cominciava, e loro non dovevano essere
lì.
Forse è vero. Loro avrebbero dovuto essere altrove.
Lì erano necessari dei professionisti.
Poco prima delle 23, qualcuno in preda allo sconforto osò
pronunciare le seguenti parole: “Ci manca solo che si mette a piovere!”
Quando arrivarono le prime gocce gli artisti decisero di fare harahiri
tutti insieme tra il pubblico.
Nonostante tutto, duemila persone rimasero composte ad aspettare con
una
pazienza biblica. Seduti in prima fila c’erano personalità di
tutto
rispetto: Vincenzo Consolo, che quella mattina e la mattina precedente
aveva
letto fiabe siciliane assieme a Serenella Parazzoli (editor,
sconosciuta ai più) e a Roberto Denti (molto più che un
libraio milanese); c’erano Ezio Menzione (avvocato di Adriano Sofri),
Massimo Russo e Roberto Scarpinato (giudici della procura antimafia di
Palermo).
Gli unici spettatori leggermente intemperanti furono una coppia di
turisti, capitati lì per caso, che dissero prima di andarsene:
“Ci sono gli estremi per fargli causa!”
Nessun residente avrebbe mai osato pensare a tanto.
Poi, improvvisamente, non si saprà mai perché proprio in
quel momento, la struttura con le luci fu sollevata. Le poche gocce di
pioggia si dissolsero. Il palco fu sgombrato da casse, cassoni e
cassonetti, e lo spettacolo cominciò.
La scenografia non fu esattamente quella prevista dallo scenografo, i
tempi non furono quelli previsti,
la presentatrice si sforzò di mettere pezze chiamando in aiuto
la bellezza della luna piena (costringendo ogni volta duemila persone a
voltare le spalle al palco
per poterla vedere), il quadro che Dario Fo aveva donato
all’associazione fu proiettato sullo sfondo ma la scritta DVD
svolazzò per tutta la serata come una farfalla sullo schermo,
sulle camicie e sulle facce di chiunque capitasse in quella zona e per
tutto il tempo che ci rimaneva: dalla presentatrice ai musicisti, da
Lucia Sardo a Vincenzo Consolo.
Ma le duemila persone che ebbero la pazienza di aspettare furono
protagoniste
di un evento unico e magico.
Il concerto di Alfio Antico fu strepitoso e l’attrice Lucia Sardo fece
una bella performance. Umberto e il suo gruppo eseguirono le canzoni di
Pino in modo nervoso, ma ci misero tutto il cuore che avevano con un
effetto
travolgente sul pubblico. Sì. Il pubblico gradì. Eccome
se
gradì. Era lì per questo. Composto, innamorato della
musica
di Pino Veneziano e incazzato come lui contro l’ignavia, l’incompetenza
e il sopruso.
Un assessore del Comune di Castelvetrano al mattino aveva dichiarato in
una intervista: “A Selinunte la cultura è nell’aria, nasce
spontanea”.
Sembra che dopo qualche giorno, in seguito alle lamentele
dell’associazione, abbia dichiarato: “Visto che non vi piace il nostro
contributo, il prossimo anno l’evento ve lo andate a fare in spiaggia!”
Quale sottile e meravigliosa visione della cosa pubblica sottenda
questa affermazione può essere oggetto di discussione insieme a
tutto ciò che è stato sin
qui raccontato in modo semiserio. Ma forse sarebbe meglio usare l’arma
della
poesia, come faceva Pino Veneziano.